Business i$ Business

03 settembre, 2009

Influenza suina, Eldorado delle Big Pharma

Mai nella storia c'è stato un simile tentativo di vaccinare così tante persone in un così breve periodo di tempo: ben 25 società farmaceutiche hanno annunciato di voler produrre il vaccino, per un totale stimato di piu 1 miliardo di dosi. Basti pensare che solo l'Italia, a quanto pare, ordinerà tra i 20 e i 30 milioni di vaccini mentre altri paesi piu piccoli come la Finlandia hanno deciso di vaccinare piu del 90% della popolazione. Ma come si spiega tutto questo allarmismo? Ecco qui un virus blando, pericoloso sulla carta ma di fatto attutito. "L'evoluzione del virus A/H1N1 ci conferma che la pandemia non è grave" rassicura il viceministro alla salute Ferruccio Fazio, che intanto ordina decine di milioni di vaccini sull'onda dei servizi giornalistici che gridano al contagio mondiale. Ma l'attenzione dei media era iniziata mesi fa, con la prima impennata delle vendite degli antivirali. Molti si chiedevano perchè l'Oms raccomandasse solo il Tamiflu senza concedere la produzione alle versioni generiche, consentite in situazioni di emergenza. Per capire tutto questo, è necessario un breve riepilogo della storia dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Parte integrante del sistema delle Nazioni Unite, l'Oms è un colosso che muove ogni due anni oltre 5 miliardi di dollari. Le entrate sfiorano 5 miliardi e mezzo, le uscite superano i quattro. Un'analisi economica di Richard Wagner e Robert Tollison riscontrò che l'Oms spendeva in meeting e per il suo executive board tanto quanto investiva in vaccinazioni, tubercolosi e malattie diarroiche insieme. Oggi, più del 40 per cento del budget Oms confluisce nelle spese per il personale. Chi paga? Dopo che gli USA nel 1985, seguiti dagli altri paesi, decisero di sospendere i propri contributi a favore dell'organizzazione (perché la strategia dell'Oms sui farmaci riduceva troppo la lista di quelli considerati essenziali e andava contro l'interesse delle Big Pharma), l'Oms si è aperta ai finanziamenti privati. Oggi oltre l'80% dei finanziamenti deriva da contributi volontari privati, e naturalmente i benefattori di turno sono soprattutto le aziande farmaceutiche. Sotto l'influenza delle Big Pharma, la credibilità dell'Oms comincia a sgretolasi. Tutti ricordano la vergogna dell'affare aviaria quando l'Indonesia ha sbattuto le porte in faccia all'Oms, accusandola di aver ceduto alla farmaceutica australiana Csl i frammenti del virus influenzale, grazie ai quali l'industria avrebbe prodotto e brevettato un vaccino contro la temuta influenza. Oltre al danno la beffa: la farmaceutica in questione avrebbe proposto al governo indonesiano di pagare per avere il vaccino. Lo stesso è successo in Vietnam, Cina ed Hong Kong. Fino allo scandalo dei consulenti Oms, pagati dalla farmaceutica AstraZeneca, che risiedevano nel comitato che decise le linee guida dell'ipertensione, i cui valori di rischio furono opportunamente abbassati per favorire il mercato dei farmaci. Anche le milioni di dosi di antivirali impilate nelle riserve dei paesi ricchi e l'impennata di richieste di brevetti per proteggere i virus dell' aviaria non possono che apparire sospetti. Diverse analisi prevedono che, entro il 2012, le entrate per i prodotti contro i virus influenzali si aggireranno attorno ai 14 miliardi di dollari. Oggi siamo al capitolo febbre suina, una "pandemia" blanda e non piu grave della normale influenza, che l'Oms ha deciso di classificare con il massimo livello di pericolosità, livello 6 su 6. E' normale che la gente si spaventi no? Ed è altrettanto normale che le persone e gli Stati facciano scorte di antivirali e di vaccini. Ma chi sono di preciso queste Big Pharma? Di tutte le 25 società che produrranno il nuovo vaccino, solo 5 di queste produrranno circa l'80% dell'intera fornitura, che si stima in non meno di 1 miliardo di dosi totali. Queste sono: Sanofi-Pasteur (Francia), AstraZeneca e GSK-GlaxoSmithKline (UK), Baxter (USA), e il potente gruppo svizzero Novartis. Il mio consiglio è: anziche comprare un vaccino o un antivirale, comprate un pacchetto azionario di una di queste società, qualcosa mi dice che i loro affari nel prossimo futuro saranno molto promettenti.

Etichette:

25 agosto, 2009

La Heineken alla conquista del mercato italiano

Per tutto il medioevo e sino all'inizio dell'era moderna propriamente detta, in Italia si era prodotta birra esclusivamente con metodi artigianali, per il raro consumo dei pochi estimatori. Si trattava di produzioni discontinue, legate a fattori strettamente temporanei e locali. La birra veniva vissuta, dal grande pubblico, come una bevanda tipica delle genti del nord, da sempre invasori dell'italico suolo e, come tali, da sempre nemici. Quella loro strana bibita, che nulla aveva a che vedere con il più noto ed apprezzato vino, non poteva quindi non essere guardata come minimo con sospetto. La birra si importava per lo più dall'Austria, retaggio della dominazione borbonica che influenza soprattutto il nord, ed era legata ad un uso elitario, mentre i consumi popolari confluivano essenzialmente sul vino, anche per ovvi motivi di minor costo e di più facile reperimento.

Dobbiamo arrivare alla metà del XIX° secolo perché finalmente anche in Italia sorgano le prime vere e proprie fabbriche, organizzate con moderni criteri di produzione industriale. Sono ovviamente opera, per lo più, di intraprendenti industriali d'oltralpe, i quali vedono in Italia prospettive commerciali di sicuro interesse, (i vari Wuhrer, Dreher, Paskowski, Metzger, Caratch, Von Wunster, ecc.) ai quali presto fanno seguito anche commercianti italiani, soprattutto fabbricanti di ghiaccio che vedono nella birra il naturale complemento della loro attività, che si esplicava esclusivamente in estate.

Nel 1925 i consumi pro-capite toccano i tre litri e mezzo; molto distanti dai consumi del vino che superano invece i 150 litri. Sino al 1959 i consumi oscillano con alterne vicende, dovute esclusivamente all'andamento climatico della stagione estiva, il consumo pro-capite rimane contenuto fra i 3 ed i 4 litri anno. Dal 1960 finalmente la birra accede nel canale alimentare (mentre prima era un prodotto esclusivamente da banco), dal quale può raggiungere facilmente le famiglie, e così, nel volgere di un decennio, la produzione arriva a toccare i sei milioni di ettolitri, con un pro-capite che supera undici litri e mezzo. Dagli anni ottanta in poi e sino ad oggi i consumi crescono costantemente di anno in anno; di poco per volta, ma crescono sino ad arrivare ai 27 litri del 1995. Cresce la produzione interna, ma cresce soprattutto l'importazione che passa dai 652.000 hl del 1975 ai 3.154.000 hl del 1994, mentre la produzione nazionale, nello stesso anno, arriva a poco più di dodici milioni. Le unita produttive sul territorio italiano sono attualmente 18, con oltre 3.500 dipendenti, e fanno tutte parte, con esclusione della Forst ancora solidamente in mano alla stessa famiglia, di grossi raggruppamenti internazionali. Come si spiega questo cambiamento nelle abitudini degli italiani? E' sufficiente l'inserimento della bevanda nei circuiti della grande distribuzione alimentare per spiegare l'impennata dei consumi a partire dagli anni '60? Sicuramente il progresso della globalizzazione e l'integrazione dei mercati (con la conseguente e graduale standardizzazione dei consumi) puo spiegare, in parte, questo andamento. Ma c'è dell'altro. L'impennata dei consumi è il risultato di una precisa strategia di marketing ad opera dei grandi gruppi internazionali (Heineken su tutti) durata decenni e ancora in corso, che ha avuto come risultato eccezionale quello di creare un mercato di 60 milioni di abitanti che non avevano mai visto una birra prima di allora. Il cuore della strategia è stato quello di puntare sull'italianità: la totalità delle birre con nome italiano è in mani straniere, ma nonostante ciò nelle pubblicità e nelle etichette appare sempre piu spesso "birra italiana dal 1880" o "cuore azzurro" ecc... Aggiungete il fatto che la Peroni è sponsor della nazionale italiana di calcio, rugby e della maggior parte degli sports a squadre. Ma non si sono dimenticati delle realtà locali, molto importanti in Italia. Prendiamo la birra Ichnusa, ad esempio. Sull' etichetta compare la scritta "birra sarda" con il logo raffigurante le teste di moro, nell'inconfondibile disposizione della bandiera e simbolo della Sardegna. Senza contare che lo stesso nome Ichnusa voleva dire proprio Sardegna nell'antico dialetto locale. Avete mai visto le ultime pubblicità della Nastro Azzurro? Il motto è sempre lo stesso: fieri di essere italiani. Tutto questo si è innestato alla perfezione nel meccanismo, facendo credere agli italiani che la birra sia sempre stata la migliore bevanda d' accompagnamento per il nostro piatto preferito: la pizza. Facendo decollare i consumi di birra anche nelle numerose pizzerie che fino ad allora servivano pressochè solo vino. L'abilità degli operatori di marketing non è stata tanto nel fatto di far credere che le birre fossero effettivamente italiane, quanto nel fatto di far credere che l'Italia abbia avuto nella sua storia una tradizione delle birra che non ha mai avuto, essendo esclusivamente una produzione riservata alle popolazioni del nord Europa per motivi climatici. Tutto questo è andato a discapito dei consumi del vino, vera tradizione millenaria in Italia. Basta chiedere a chi ha vissuto prima degli anni '60; nelle case, nelle trattorie e ovunque si bevesse alcol c'era solo il vino.

Etichette:


Google
Web Business i$ Business
BlogGoverno BlogGoverno BlogItalia.it - La directory italiana dei blog www.kilombo.org vademecum fisco tasse imposte Finance Aggregator
Heracleum blog & web tools
 

 

Locations of visitors to this page
passaparola